

156. Tre giudizi sul centrosinistra.

Da: R. Lombardi, in Congresso del PCI. Atti e risoluzioni, Editori
Riuniti, Roma, 1963; E. Scalfari, L'autunno della repubblica, Etas
Kompas, Milano, 1969; P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra
ad oggi, Einaudi, Torino, 1989.

Il centrosinistra, il suo progetto politico e le sue concrete
realizzazioni sono stati oggetto di valutazioni diverse e
contrastanti. Riccardo Lombardi, esponente del partito socialista
che visse da protagonista quella esperienza politica, ne sostiene
la validit, come risulta dal seguente passo, tratto da un
discorso rivolto al congresso del PCI del 1963. Eugenio Scalfari,
giornalista e deputato socialista dal 1968 al 1972, considera il
centrosinistra come un primo passo verso la degenerazione del
sistema politico. Lo storico inglese Paul Ginsborg, che
evidentemente ha presente le affermazioni di Lombardi, mette in
risalto quanto fossero utopistiche le aspettative del partito
socialista.


A fondamento di questa politica sono due principi che abbiamo
affinato attraverso una faticosa e difficile presa di coscienza e
assunzione di responsabilit: il primo  che la sola via aperta al
socialismo nelle condizioni dei paesi ove il capitalismo ha
realizzato un elevato sviluppo delle forze produttive  la
trasformazione democratica della societ all'interno dello stato,
obiettivo quest'ultimo reso realizzabile dalle profonde
modificazioni intervenute nello stato, per cui, pur conservando
esso il carattere di organizzazione della classe dominante, di
quest'ultima non  pi espressione diretta e immediata; sicch non
si tratta di distruggere lo stato della borghesia per edificare
sulle sue rovine la societ socialista, ma indurre dall'interno,
avvalendosi degli strumenti della democrazia formale, quelle
riforme di struttura che alterino a favore dei lavoratori i
rapporti di forza fra le classi. Il secondo principio  che si
debba promuovere, con azioni politiche conseguenti, tali riforme
democratiche delle strutture, considerandole finalit primarie
della lotta operaia, senza subordinarne la promozione e la
realizzazione alla condizione che esse comportino una rottura del
sistema occidentale, svincolando cos l'iniziativa socialista da
ogni subordinazione strumentale alla politica dei blocchi.

In paesi di capitalismo avanzato e provvisti di societ evolute,
la democrazia rappresentativa si  manifestata attraverso il
bipartitismo e l'alternanza al potere degli interessi protetti; in
sistemi economicamente e culturalmente pi depressi il
bipartitismo  stato sostituito dal trasformismo, una sola essendo
la fonte del potere (cio lo stato) e tutto dovendo
necessariamente ricondursi ad essa.
Il centrosinistra degli anni Sessanta non fa eccezione a questa
regola; anche in quell'occasione infatti la classe dirigente
tradizionale si comport in conformit all'esperienza di sempre e
accett l'ingresso dei socialisti nella maggioranza obbedendo alla
legge di cooptare nel governo una parte dell'opposizione. Alla
medesima regola s'attennero i socialisti, spinti verso il governo
dalla profonda convinzione che dal di fuori poco o nulla potesse
farsi per riformare e migliorare il paese. Che poi, in mezzo a
questi convincimenti, fossero mescolati calcoli di vantaggi
personali e mediocri ambizioni da una parte e dall'altra non muta
l'essenza del fatto.
Se nella vicenda politica che ormai  stata definita
centrosinistra non ci fosse altro che questo, essa non si
distaccherebbe gran che dalle altre analoghe delle quali 
costellata la storia del nostro paese e non meriterebbe parlarne
se non per spiegarne appunto la reale - e non necessariamente
ignobile - natura trasformistica. Ma in realt in essa c' ben
altro, ed  qui il suo aspetto nuovo in confronto al passato. Il
centrosinistra degli anni Sessanta ha coinciso con la fase pi
rivoluzionaria che la societ italiana abbia mai attraversato in
cent'anni di storia. Nato nella mente dei suoi autori per
diminuire la distanza tra lo stato e la societ, esso ha segnato
invece il momento pi drammatico di quella contrapposizione, ha
marcato le distanze pi profonde e ha dato infine l'avvio (che
possiamo ormai ritenere abbastanza definitivo) al disfacimento di
quello stato e di quel sistema di potere.

La strategia delle riforme strutturali era molto seducente, ma per
almeno due aspetti era utopistica. I fautori del centro-sinistra
come primo passo verso la realizzazione di tali riforme non
riuscivano a spiegare in modo convincente come sarebbe avvenuta la
transizione dalle riforme correttive a quelle di struttura. Era
certo possibile immaginare uno scenario in cui le forze
progressiste, economiche e politiche, si potessero unire al PSI
per combattere gli squilibri pi evidenti dello sviluppo
capitalistico italiano; esse, comunque, lo avrebbero fatto in nome
del capitalismo, e ogni tentativo di forzare il quadro dei
rapporti economici esistenti sarebbe apparso come una minaccia e
avrebbe senza dubbio innescato una reazione ostile. Le alleanze
interne al centro-sinistra, dunque, sarebbero riuscite a
raggiungere solo riforme correttive; n si poteva sostenere, come
facevano i socialisti, che con queste riforme sarebbe cresciuta di
conseguenza la coscienza politica della classe operaia, preparando
cos il terreno alle riforme di struttura. Non vi era alcun
rapporto automatico tra le prime e le seconde e anzi, come
dimostrava l'esperienza britannica tra il 1945 e il 1949, riforme
correttive potevano condurre a uno scadimento della militanza
politica piuttosto che a una crescita della coscienza
anticapitalistica. Cos i socialisti, per eccesso di ottimismo,
lasciarono del tutto inesplorato il passaggio cruciale tra
provvedimenti correttivi e trasformazioni strutturali.
Al di l di ogni discorso sui limiti del centro-sinistra, si pu
comunque dubitare che una qualsiasi riforma di struttura potesse
aver luogo in Italia (o dovunque) senza il precipitare di una
situazione rivoluzionaria. La Confindustria e la Fiat potevano
essere in disaccordo, Fanfani e Scelba [Amintore Fanfani e Mario
Scelba, esponenti di due diverse correnti interne alla democrazia
cristiana] potevano combattersi dentro la DC, ma di fronte a una
comune minaccia essi avrebbero serrato i ranghi immediatamente. Lo
spazio per riforme strutturali [...] era davvero ristretto, e la
metafora di Nenni, secondo cui occorreva scavare attorno
all'albero della reazione, era fuorviante. Gli elementi
reazionari del capitalismo erano in realt soltanto un ramo
dell'albero capitalista, ramo che poteva anche essere tagliato, ma
le cui radici sarebbero state difese a ogni costo. L'immagine di
una transizione graduale al socialismo era semplicemente una
chimera.
